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Tap del touchpad configurabile su Ubuntu
E’ da tempo che una marea di utenti Ubuntu si chiedono come risolvere il bug relativo al famoso tap 2/3 dita invertito; a me personalmente non ha mai dato fastidio, ma son sicuro che a molti interesserebbe portarlo alla normalità.
Seguendo questo bug su bugzilla, ho approfittato della soluzione fornita da Yuri Khan con la sua patch per gnome-settings-daemon che consente di creare delle chiavi in gconf-editor che permettono di configurare a proprio piacimento i tap a due o tre dita.
Siccome patchare un sorgente non è da tutti e siccome volevo provare a farlo io per la prima volta, mi sono messo a disposizione della comunità come “leecher di gloria” ed ho ricompilato gnome-settings-daemon in un pacchetto .deb pronto per l’installazione e con tanto di patch inclusa!
Che dire? Sono un mito, lo so, non esageriamo, ma comunque il .deb è qui, pronto per il download e per tutte le dritte non posso che ringraziare il competentissimo lacunoso
Insomma, alla fine dei conti che merito ho? Boh, ho solo seguito delle istruzioni, ma spero di aver facilitato la vita di molti
Controllare la propria versione di Flash
Anche questa per la serie “lo sapevate tutti ed io no”, una notizia flash (aggettivo mai più azzeccato!).
Se per caso come me qualcuno si chiedesse se è il caso di aggiornare il proprio plugin Adobe Flash, o semplicemente che versione c’è installata nel suo sistema, ecco il link del sito Adobe che ci mostra la versione a caratteri cubitali (non proprio cubitali, anzi, piuttosto piccoli, ma mi è sempre piaciuto dire “cubitale”).
Massacratemi nei commenti con cose del tipo “ma lo sanno pure i bambini!” oppure “ma se si aggiorna da solo!” … lo so! L’ho scritto solo per Pino, va bene?!
Tuttavia, se qualcuno fosse a conoscenza di un sistema più sbrigativo e sicuro, si faccia pure avanti.
Ora tutti compilano kernel, elmurato … fewt … e io chi sono? Kernel 2.6.30rc4 di bigo72 per Ubuntu Jaunty su EeePC 1000HE
Già con l’uscita di Intrepid nacque Array.org di Adam Mc Daniel, mitico condivisore di kernel compilati sul suo EeePC, davvero una manna dal cielo per chiunque non fosse capace di dare un paio di comandi da terminale o copincollare guide sparse per la rete.
Non che la cosa mi infastidisca, per carità, sono stato uno dei primi uTonti ad utilizzare i suoi kernel ed a giovare della sua esperienza e della passione e dell’entusiasmo che lo caratterizzavano.
Ora si passa a Jaunty Jackalope, la nuova 9.04 di Ubutnu, che è ben lungi dal riconoscere tutto l’HardWare come promesso spesso dal team di sviluppo, ecco allora che altri figuri emergono dai meandri dell’underground linaro; persone come fewt e elmurato, dei veri miti in grado di far parlare di sè in poche settimane, specialmente se si appura che quel che hanno realizzato funziona davvero.
Una buona soluzione iniziale l’ho trovata abbinando il kernel di elmurato agli script di fewt, ma poi ho cominciato a chiedermi quanto difficile sia compilare un kernel su misura, scoprendo che non è affatto difficilissimo, ma basta un po’ di pazienza e tanto Google!
Del mio avviso è anche il mitico confrey, che su eeepc4g.com ha pubblicato il suo kernel ottimizzato per EeePC, soprattutto per processori Atom, kernel che ho provveduto ad installare e provare, verificando che effettivamente la responsività dell’intero sistema ne trae grande giovamento.
A questo punto mi butto anch’io nella mischia: Kernel 2.6.30rc4 ottimizzato per interfaccia di rete dell’EeePC (una bomba sul mio 1000HE!) qui gi headers e qui l’image pronti per il download e per spedirmi in orbita tra le stelle dei compilatori folli (ok, va bene Pino, lo so che mi leggi solo tu, ma facciamo finta che ci siano una marea di download, ok?)
Disabilitare ipv6 su Ubuntu 9.04 Jaunty Jackalope
Da Intrepid in poi, molto è cambiato in Ubuntu, per chi la conosce e la usa da una vita, qualche esempio? xorg.conf praticamente non esiste più di default, /etc/modprobe.d/aliases idem con patate e una marea di altre cose che non sto a citare, ma si tratta di quelli che per anni sono stati i files classici da modificare a proprio piacimento, per personalizzare al meglio il sistema, secondo le proprie esigenze (spero non mi tolgano /boot/grub/menu.lst o /etc/apt/sources.list altrimenti passo a Windows sull’EeePC!)
Vengo al dunque: una delle personalizzazioni che mi riguardava personalmente immediatamente dopo una nuova installazione era la disabilitazione del tanto inutile quanto fottutamente onnipresente ipv6, che per quanto mi riguarda rallenta solo il boot e la navigazione, almeno per ora ed almeno fino a quando non entrerà in uso definitivo….non so, non sono molto informato e non mi importa nulla che lo riguardi, ma non ce lo voglio nella mia box, PUNTO!
Fino a Intrepid era possibile disabilitare il supporto ad ipv6 con pochi semplici passi, modificando /etc/modprobe.d/aliases ecc. (la rete è piena di “tutorial” in merito, non sto qui a dilungarmi su quel vecchio procedimento), ma adesso le cose son cambiate ed il supporto all’ipv6 è compilato all’interno del kernel e nemmeno come modulo! Quindi ci attacchiamo tutti! ….. A meno che …. non ci sporchiamo le mani con una compilazione del kernel “al volo”.
Calma, calma, lo so, anche io tremo quando si parla di ricompilare il kernel, ma questa cosa è più semplice di quanto sembri. In pratica ricompileremo il kernel con il supporto a ipv6 come modulo, in modo da abilitarlo e disabilitarlo quando e se ci pare, ovvero quando qualcuno si deciderà ad utilizzarlo.
Primo passo. Installare i pacchetti necessari:
$ sudo apt-get install kernel-package libncurses5-dev fakeroot bzip2 linux-source
Secondo passo. Scompattare l’immagine del kernel:
$ cd /usr/src
$ tar jxvf linux-source-*.tar.bz2
$ ln -sf /usr/src/linux-source-[versione del nostro kernel] /usr/src/linux
Terzo passo. Salvare una copia di backup dell’attuale file di configurazione:
$ cd linux
$ sudo cp /boot/config-$(uname -r) .
$ sudo mv config-$(uname -r) .config
Quarto passo. Compilare ipv6 come modulo:
$ sudo make menuconfig
Si aprirà il menu di configurazione del kernel. Prima di tutto selezioniamo “Networking support”, quindi “Networking options”. All’interno di “Networking options” cerchiamo la riga “IPv6 Protocol” e, una volta selezionata premiamo “M” oppure la barra di spazio fino a che non compare la lettera “M” tra i simboli di maggiore e minore, così: “<M>”. Salviamo la configurazione ed usciamo.
Quinto passo. Ricompilare il kernel:
$ sudo make-kpkg clean
$ sudo fakeroot make-kpkg –initrd -append-to-version=-noipv6 kernel_image kernel_headers
Questo è il momento di prendere un caffè….di solito in tutte le guide o pseudo tutorial in giro per la rete si parla di caffè….ma due ore e mezzo (Abbiamo voluto l’EeePC? Ecco le conseguenze!) mi sembrano davvero un casino di tempo per prendere un caffè, anche perchè non ho idea di cosa proporre dopo il caffè, provate a guardare il/la vostro/a partner con una luce speciale negli occhi, forse si trova la maniera per passare un paio d’ore. Se non avete un/a partner è il momento buono per uscire a cercarne uno/a.
Sesto passo. Installare il nuovo kernel:
$ cd /usr/src
$ sudo dpkg -i linux-headers-*.deb
$ sudo dpkg -i linux-image-*.deb
Settimo passo. Mettere in blacklist ipv6:
$ sudo gedit /etc/modprobe.d/blacklist
Alla fine del file aggiungiamo la seguente riga:
blacklist ipv6
Salviamo e usciamo.
Ottavo passo. Controlliamo che tutto sia OK
Riavviamo la macchina (giocattolo?) e connettiamoci ad internet normalmente, poi inseriamo nel terminale il seguente comando:
$ ip a | grep inet*
Se l’output non fa nessun riferimento a qualcosa tipo “inet6″, congratulazioni: stiamo usando ipv4!
NOTA: nel Quarto passo, invece che compilare ipv6 come modulo, si potrebbe decidere di eliminarlo definitivamente e senza pietà schiacciando ripetutamente “spazio” finchè ipv6 resta non selezionato. In questo caso si può saltare il Settimo passo perchè non sarà necessario mettere niente in blacklist, semplicemente avremo deciso di non compilarlo e basta.
Il mio pirlotto va che è una bellezza ora….sperando che il team di sviluppo non mi sforni un nuovo kernel proprio oggi, se no mi sparo!
EDIT del 27/04/2009: Non testato personalmente – In diretta dai commenti ecco il “metodo telperion“, per fare tutto in maniera più elegante
(grazie telperion!) – pare che funzioni solo con kernel Vanilla, però, aspetto feedback.
Ubuntu 9.04 beta “Jaunty Jackalope” su EeePC 900
Siamo agli sgoccioli, la nuova Ubuntazza sta per essere rilasciata in versione definitiva ed io continuavo a scalpitare. La pazienza non è mai stata una dote che mi ha contraddistinto, quindi, dopo la deludente installazione della Alpha4, con conseguente impazzimento generale del server grafico, mi sono dato all’installazione “pulita” da zero dell’appena rilasciata beta.
Incredibile ma vero: FUNZIONA!
Per “funziona” intendo che funziona sul serio, da subito, immediatamente, o OutOfTheBox che dir si voglia, per usare un ackerismo anglosassone.
Come al solito la pressione del FnF2 non disattiva il WiFi, ma almeno la scheda WiFi è riconosciuta e funziona da subito, anche in live! Mi toccherà fare i soliti “magheggi” per utilizzare quel tasto funzione in particolare, visto che i controlli volume funzionano con OSD e gli altri praticamente non mi sono mai serviti, ma chi se ne frega? Per quanto mi riguarda è perfetto così!
Per non parlare del boot in 21,4 secondi netti! Un traguardo mai raggiunto, nemmeno con il lean kernel di Adam McDaniel e nemmeno dopo la disattivazione di una marea di servizi; mi chiedo cosa succederà quando la metterò a dieta sul serio (Cit.Pollycoke)
Ho formattato i dischi col nuovo FileSystem EXT4, in barba agli allarmismi in giro per la rete: mi pare che problemi non ne dia, poi non so, può darsi che esploda improvvisamente, boh!
Insomma, per ora, con installazione freschissima, posso dirmi più che soddisfatto, ora passo alle solite personalizzazioni e vediamo che succede, ma non potrà che andare sempre meglio!
Impostare BIND: DNS locale su Leopard.
Premetto che non so che cosa ho fatto di preciso, ma giuro a me stesso che approfondirò questo argomento, anche perchè pare funzionare alla grande!
Molto spesso ci capita di lamentarci della lentezza delle nostre connessioni a banda larga, ma non sempre tutto questo è dovuto al brand del fornitore di servizi internet, o meglio, solo in parte.
Occhio che sto per scrivere una frase riscrita milioni di volte negli anni: ad ogni indirizzo web corrisponde un indirizzo IP quindi scrivere nella barra indirizzi del browser http://www.google.com o http://74.125.43.103/ è esattamente la stessa cosa, ma col vantaggio che il caricamento del secondo indirizzo sarà più immediato del primo.
Se moltiplichiamo tutti i piccoli ritardi accumulati nel surfing giornaliero ci accorgiamo che clicka di qua e clicka di là, alla fine della giornata abbiamo passato 1/5 del nostro tempo aspettando il caricamento delle pagine (stima un tantino esagerata, comunque, dai, fate i bravi, un bloger deve esagerare, è risaputo! Lo fanno tutti i blog fighi).
In pratica se ci ricordassimo l’indirizzo IP di tutti i siti che frequentiamo saremmo a cavallo, ma dovremmo anche linkare i siti inserendone l’IP e poi….insomma, sarebbe un’incubo! E’ qui che ci vengono incontro i server DNS (Domain Name System), che memorizzano per noi tutte le coppie NomeDominio-IP presenti nel WEB. Ogni ISP consiglia i suoi server DNS, una massa incolore di nerd pseudo-geek spinge per l’adozione in massa dei famosi OpenDNS (che ogni tanto rallentano talmente tanto la navigazione da ricordare i “vecchi tempi”…..ma è solo un’esperienza personale, in giro c’è gente entusiasta).
Quello che qui mi accingo a descrivere è l’impostazione di un Servizio di Domain Name proprio sul nostro mac, in modo che le coppie nome-numero vengano memorizzate in locale, per un accesso praticamente istantaneo, senza interrogare DNS esterni, che devono poi interrogare altri DNS e così via.
Cominciamo allora, per me ha funzionato, poi magari cercherò pure di capire cosa ho fatto
Creiamo prima di tutto una chiave rndc col seguente comando in terminale
$ sudo rndc-confgen -a
ci verrà richiesta la password da amministratore e la inseriremo. Fatto il primo passo, ora, visto che abbiamo il terminale aperto e la maggior parte del lavoro va fatto qui, usiamo anche l’editor di testo nano così poco preso in considerazione, in modo da far tutto nel terminale.
Prima trasformiamoci nell’onnipotente root
$ sudo su -
Inseriamo la nostra password
$ cd /System/Library/StartupItems
$ mkdir BIND
$ cd BIND
$ nano -w BIND
Ora siamo in nano e stiamo creando il file BIND che riempiremo con le seguenti righe:
#!/bin/sh
. /etc/rc.common
if [ "${DNSSERVER}" = "-YES-" ]; then
ConsoleMessage “Starting BIND DNS Server”
/usr/sbin/named
fi
Chiudiamo con ctrl-X e salviamo il file con Y e poi INVIO. Ora ci serve un’altro file, che prontamente andremo a creare:
$ nano -w StartupParameters.plist
aggiungendo queste righe:
{
Description = “Local DNS”;
Provides = (”DNS Server”);
OrderPreference = “None”;
Messages =
{
start = “Starting DNS Server”;
stop = “Stopping DNS Server”;
};
}
Rendiamo il file eseguibile:
$ chmod +x BIND
E assicuriamoci che si avvii ad ogni reboot del mac:
$ nano -w /etc/hostconfig
E aggiungiamo questa riga alla fine, se non esiste già:
DNSSERVER=-YES-
Se esiste già nel file avrà valore -NO-, quindi cambiamo -NO- con -YES- ed abbandoniamo la condizione di root:
$ exit
Ora lanciamo il nostro script:
$ sudo /System/Library/StartupItems/BIND/BIND
Adesso possiamo uscire dal terminale, abbiamo attivato il servizio locale di DomainName BIND, ma non è ancora finita, perchè dobbiamo utilizzarlo:
andiamo in Preferenze > Network
Cancelliamo i DNS presenti e inseriamo 127.0.0.1.
FATTO!
Per verificare che il DNS in uso sia effettivamente quello locale ricorriamo nuovamente al terminale:
$ nslookup www.apple.com
Server: 127.0.0.1
Address: 127.0.0.1#53Non-authoritative answer:
www.apple.com canonical name = www.apple.com.akadns.net.
Name: www.apple.com.akadns.net
Address: 17.149.160.10
Sinceramente ho notato un miglioramento che definirei bestiale, davvero non me l’aspettavo!
Firefox 3.1b3 e la compatibilità delle estenzioni.
Lo scorso anno, in questo articolo, avevo descritto come disabilitare il check della compatibilità dei plugin di FireFox, cosa interessante, ma, ahimè, non sempre sufficiente a rendere i plugin completamente fruibili.
Oggi ho scoperto, grazie a questo articolo, che il vero responsabile di tutta la storia è un file dall’arcano nome di extensions.rdf situato nella directory del profilo di FireFox in uso. E’ lì che sono elencate le compatibilità di tutti i plugin.
Spesso, come risaputo, un plugin è potenzialmente funzionante su versioni successive del nostro beneamato browser, ma tale potenzialità è castrata dall’intervento degli sviluppatori del plugin che barricano la compatibilità aspettando di collaudare lo stesso su versioni successive del browser di casa Mozilla.
Ebbene, non sempre questa “revisione” è concomitante con una nuova release di FireFox, e non è raro che passino dei mesi.
A questo punto interveniamo noi, editando il file di cui parlavo, situato in MacOSX nella directory /Users/nome_utente/Library/Application Support/Firefox/Profiles/xxxxxx.nome_profilo.
Basterà cambiare tutte le occorrenze del tipo NS1:maxVersion=”X.y.*” con nuneri relativi a versioni successive; io ci ho messo 3.2, così non ho rotture di coglioni per un bel po’ (anche se dicono che si passerà al 3.5, boh, staremo a vedere).
Importante è salvare una copia del file prima di aprirlo ed editarlo con TextEdit, in modo da formattarlo nella giusta maniera.
Safari 4 beta, traduzione in italiano … beta non ufficiale.
Insomma, tutti sapete oramai quanto mi sta sulle balle Safari, non so perchè, ma è così, non so darne una spiegazione valida e tecnica, ma lo uso pochissimo, di solito solo per fare degli esperimenti sul blog, per testare gli effetti di un accesso senza login automatico, cosa che grazie ai cookies ed al salvataggio delle password ho impostato su FireFox, quindi per evitare di accedere automaticamente e poi effettuare il log-out e poi di nuovo il log-in, uso due browser e chi s’è visto s’è visto. Tuttavia l’ultima beta di Safari non mi dispiace, quantomeno dal punto di vista estetico, il discorso delle schede in alto, forse, non so, non è male. Un’unica “pecca” ha avuto fino ad ora, il fatto che era localizzato solo ed esclusivamente in inglese. Invece oggi ti apprendo, sempre per ultimo (e figurati, quando mai potrei smentirmi?!), che una localizzazione in italiano esiste ed è scaricabile da QUI
Sempre mitica fonte
Una pagina 404 fighissima e personalizzata.
Ahimè quanto spesso ci capita di imbatterci in pagine d’errore navigando in giro per il WEB; il più delle volte si tratta del risultato di link forniti da MastroGoogle che memorizza per secoli cose non più esistenti. A quel punto un server Apache non fa altro che restituire un codice d’errore che porta ad una pagina preconfezionata veramente orribile con un difetto di fondo: è un punto d’arrivo ed invita alla fuga.
In pratica la pagina d’errore 404 base non fa altro che dirci che qualcuno ha sbagliato e ci fa sbattere contro un muro. Da questa situazione si esce solo ridigitando l’indirizzo corretto….che di solito non è quello del sito su cui siamo, che ci è già diventato antipatico!
In WordPress la pagina 404 può essere personalizzata a seconda del tema che si utilizza, infatti è customizzata in ogni tema e il suo codice è visibile nella DashBoard, nel menu “Aspetto –> Editor”.
Confesso che ho provato a modificare questa pagina, nel mio tema (Freshy2) carica l’header compreso di menu, ma non le sidebar laterali e su sfondo bianco scrive “Non trovato – Hai cercato qualcosa che non si trova qui”. Molto meglio della pagina del server sicuramente, ma comunque utile solo a metà.
A questo punto ho pensato di creare una pagina perfettamente caratterizzata dallo stile del blog, inserita nel tema come qualunque post ed ho escogitato uno di mille sistemi, nato dall’unione di diverse informazioni colte in giro per forum in cui c’è un’enorme confusione.
In pratica non ho toccato il codice di 404.php tranne che per l’inserimento di due righe in testa:
<?php
header(“Status: 301 Moved Permanently”);
header(“Location:http://www.bigo72.com/404″);
?>
In questa maniera, qualunque cosa segua nel codice della pagina 404.php relativa al tema in uso non viene considerata, perchè si viene sbalzati sulla pagina 404 che sono andato a creare come avrei creato qualunque altra pagina, come ho creato “tag”, “contatti”, “legalese” ecc.
Ciò che però restava un problema era la sua visualizzazione all’interno del menù dell’header, cosa abbastanza antipatica, che cavolo ci sta a fare la pagina 404 in un menu del genere, per essere scelta di proposito? HaHa, solo Pino sarebbe così folle da scegliere quella voce di menù!
Altre ricerchine Google e forum in tutte le lingue, fino a quando non ho trovato la maniera di escludere delle pagine, anche se pubblicate, dal menù dell’header: il file da modificare in questo caso è header.php, sempre contenuto tra le pagine che WordPress ci permette di modificare in “Aspetto –> Editor” e la riga che ci interessa è quella che contiene il comando wp_list_pages.
Qui devo dire che nel mio caso il tema inserisce suoi comandi particolari, infatti wp_list_pages è rappresentato da freshy_wp_list_pages, quindi non escludo che altri autori di temi introducano cose di questo genere. Non ci importa, perchè wp_list_pages dovrebbe essere comunque contenuto e quella è l’unica riga di codice che lo contiene, quindi non si scappa, la riga da modificare è quella, nel mio caso:
<?php freshy_wp_list_pages(‘sort_column=menu_order&title_li=’); ?>
diventa:
<?php freshy_wp_list_pages(‘exclude=280&sort_column=menu_order&title_li=’); ?>
Capiamo tutti perfettamente (tranne Pino) cosa si intende con “exclude” spero, ma ciò che ho faticato a capire cosa fosse è quello che nel mio caso corrispondeva a 280, detto “Page ID”. Trattandosi di un numero, ero sicuro che fosse il numero d’ordine della pagina, visibile in dashboard nel menù “Pagine” sotto la colonna “Ordine delle pagine”….INVECE NO! (infatti non funzionava ghgh).
Il PageID è quel numero che compare alla fine della URL relativa alla modifica della pagina, nel mio caso
http://www.bigo72.com/wp-admin/page.php?action=edit&post=280
Ecco fatto: la pagina 404 non compare più nel menù ed è raggiungibile ogni qualvolta si digita un permalink inesistente.
Detto tutto ciò, andate pure a vedere fino a che punto può arrivare la mia follìa
NoFollow, questo sconosciuto: un plugin per FireFox ci aiuta a scovarlo.
Sconosciuto per me almeno, fino a ieri, e devo dire che oggi il pallino del NoFollow mi ha stuzzicato parecchio.
Ma partiamo dall’inizio e vediamo perchè di punto in bianco uno si alza la mattina e non si chiede se deve essere di destra o di sinistra, cattolico o buddista, milanista o juventino, gay o etero, ma si chiede se deve essere DoFollow o NoFollow.
Trovo che i Feed RSS siano un’invenzione meravigliosa, una volta, tanto tempo fa, esistevano i preferiti di Internet Explorer (ohmmadonna, giuro che non lo nomino più!): si apriva il browser e si controllava che i propri siti preferiti fossero cambiati o meno. Non so quando nacquero i Feed, ma io me ne accorsi, come al solito, per ultimo.
Nessun problema, perchè imparai ad amarli da subito, sfruttando i client di posta prima e GoogleReader poi , per cominciare a filtrare il WEB secondo i miei interessi.
Perchè questa premessa sui Feed? Non solo per linkare i miei ben tre volte
ma anche e soprattutto perchè è questo sistema che mi ha permesso di concentrare la mia attenzione su questo articolo di Tr3ndy che elenca 18 blog nofollow-free.
Vi dico che parliamo delle 2:20 di un sabato notte passato in casa (che trisHtezza!) quindi ecco svelato quanto può essere contorto l’umano intelletto che risveglia i campanellini dell’attenzione proprio quando vorresti oramai andare a dormire.
Grazie all’articolo citato, sento per la prima volta (per la serie “lo sapevate tutti e io no“) parlare di questa cosa, ed io che ero convinto fino a quel momento che spargere il link al proprio sito in giro per il WEB fosse sufficiente per essere indicizzati da Google e far salire il proprio PageRank (questo sconosciuto). E comunque ci tengo a precisare che non ho mai inserito un solo commento in nessun blog “figo” furbescamente pensando al tornaconto personale, ma semplicemente per approfittare dell’opportunità gentilmente offerta dagli autori di esprimere la mia opinione.
Quindi, non che me ne sia mai occupato, in effetti ho sempre blogato pensando ai contenuti, e sinceramente senza nessuna pretesa di “audience” (dopo anni mi legge sempre solo Pino!), considerando questo angoletto della rete come un blocco appunti personale da condividere, più che come una piattaforma di pubblicazione, due concetti simili, ma concettualmente distinti, ne converrete.
Dell’articolo di Tr3ndy mi colpisce la frase “potrete capire l’importanza di questo tipo di link, che addirittura a volte possono essere anche acquistati o noleggiati” (azz!) un po’ come si faceva una volta con lo scambio link, i blogroll, cose che Google oramai non caga prende più in seria considerazione. Poi mi dice “dopo una ricerca molto impegnativa, sono ruscito a scovare alcuni blog tecnologiciinformatici che premiano i loro commentatori, donandogli un link senza nofollow” e qui mi scatta il pallino e gli chiedo in un commento come si fa a scoprire se un blog è NoFollow-Free o meno.
Carlo mi risponde che basta semplicemente dare uno sguardo al codice HTML della pagina dei commenti. In pratica, il collegamento che punta al sito segnalato in un determinato commento, non deve avere attributi di questo tipo: rel=nofollow, se ha questo attributo, il blog non è nofollow free, invece se non trovi niente, oppure trovi rel=external, allora hai davanti un sito nofollow free.
WOW! HTML?! Ma che, scherziamo veramente? Io sono completamente impedito co’sta robaccia (non è vero, diciamo che son pigro, ma meno ho a che fare direttamente con l’HTML e meglio è
).
E qui è cominciata la mia di ricerca, durata 10 minuti: NoDoFollow plugin per FireFox, una vera bestia da soma, nel momento in cui entriamo in un sito, se il plugin è attivato, ci svela con diversi codici di colore (rosso STOP, blu VAI) se i link sono NoFollow -Free o meno.
In pratica ci basta dare un’occhiata al colore con cui sono evidenziati i nomi degli autori dei commenti per capire se quel determinato blog è NoFollow o no.
A questo punto possiamo dire che le “ricerche molto impegnative” sono finite: per trovare un blog sul quale commentare “conviene” da un punto di vista puramente “PageRankico”, ci basta navigare.
Mi esìmo dal commentare la meschinità di un atto del genere, la vera morte del WEB2.0, e vorrei dire che “spero di esesere stato utile a qualcuno” (un classico), ma non aggiungo altro.
Cheers


